| Pubblicato su: | Varietas,anno II, fasc. 9, pp. 20-22 | ||
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| Data: | gennaio 1905 |

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La figlia di Niobe
Domenico Trentacoste non vuole che si parli della sua vita, ma soltanto della sua arte. «Mi sembra perfettamente inutile — mi diceva egli in una dolce sera di settembre, mentre parlavamo di cose belle nel suo piccolo giardino — che si sappia dov'è nato e dov'è stato e dove ha studiato l'uomo che fa delle opere d'arte. Prendano, gli altri, soltanto ciò ch'egli ha voluto concedere. Non si occupino di contare i suoi anni o le sue lacrime, di ricercare la forma del suo cranio o le sue avventure giovanili.»
E Domenico Trentacoste, colla sua finezza d'istinto, ha ragione. Esaurita ormai la formula famosa d'Ippolito Taine nell'esagerazioni d'inutile casuistica positivista di Toulouse e Binet, non c'è più nessuno che creda che per comprendere Dante sia necessario studiare l'etnografia dell'Italia, leggere tutte le cronache e le ballate del due e trecento, e contemplare tutte le chiese, i palazzi, le tavole, gli affreschi, le statue degli artefici suoi contemporanei.
Per questo non è necessario sapere che Domenico Trentacoste

Caino
è nato a Palermo nel 1859, che dal 1860 al 1870 è stato collo scultore Costantino, che andò a Napoli nel 1877, a Firenze nel 1878, nel 1880 a Parigi, nel 1884 a Venezia, nel 1891 a Londra, nel 1895 a Firenze per amare e comprendere l'arte sua. Certo non è inutile sapere che, fanciullo, è stato circondato dalla bellezza quasi ellenica del golfo palermitano, e che le cose che ha viste per la prima volta sono state delle sculture classiche, e che giovinetto è stato iniziato alla grande scultura fiorentina del quattrocento, e che ha passato i migliori anni della giovinezza in quella fucina terribile dell'arte moderna, ch'è la capitale di Francia. Tutto questo, e il ricordo delle sue sventure domestiche e delle sue avventure sentimentali, può spiegare certi lati della sua arte, può aiutarci a meglio penetrare quell'atmosfera di delicata malinconia nella quale par che vivano le opere sue, ma non ci dà, nè può darci, le ragioni profonde perchè egli vede e crea in un dato modo gli uomini e le cose.
Giacchè tutto quello
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Maternità
ch'è necessario alla comprensione del suo spirito è nelle sue sculture, e se noi traendo da quelle il suo carattere volessimo spiegare con questo la sua opera, faremmo come colui che riportasse l'acqua al fiume o al pozzo onde l'ha tolta.
E neppure la notizia dei suoi soggiorni a Palermo, a Firenze, a Parigi può servirci a spiegare ciò ch'egli ha fatto, poichè molti altri e innanzi e dopo di lui son nati e cresciuti tra i bei nudi di Grecia, tra le maschie teste del Verrocchio, in contatto colla più recente e febbrile vita intellettuale contemporanea in qualcuno dei suoi grandi focolari cosmopoliti, eppure nessuno di costoro ha fatto un'arte simile o eguale a quella di Domenico Trentacoste.
Il segreto dunque della sua arte è in lui stesso: nel suo temperamento specifico e personale di uomo innamorato delle belle forme e dei visi pensosi o lacrimosi, è nella sua fine sensibilità di raffinato rapitore di movenze e di gesti, è nel suo spirito semplice e triste, nutrito dalla solitudine e dal dolore.
Ma io credo che quello ch'è in lui più originale, fra lo spennacchlo reclamistico dei moderni fabbricanti di bellezza, è la semplicità. Domenico Trentacoste è soprattutto un uomo semplice. Se andate a trovarlo nel suo studio egli vi accoglierà con un lieve sorriso,

L'anfora infranta
con gesti brevi, e continuerà il suo lavoro amoroso e lento, parlandovi pianamente con voce piana, guardandovi coi grigi occhi che sembrano cercare ogni istante qualche sogno perduto. Oppure vi mostrerà le opere sue, a poco a poco, con brevi parole, senza ciancie pretenziose e senza smorfie di modestia. Semplice e dolce come un adolescente che ha lasciato la sua maliziosità infantile senza acquistare l'ignobile scaltrezza della maturità: così io l'ho sempre conosciuto.
Egli deve aver meditate le parole sacre di Carlyle in lode del silenzio, ed egli parla piuttosto colla sua lingua, col marmo e col bronzo delle sue scolture, che col vano e volubile linguaggio di tutti. Si sente, accostandolo, ch'egli è stato molto solitario e ch'è solo anche quando è cogli altri; ma nella sua solitudine lo visitano anime giganti: Michelangelo e William Shakspeare.
Giacchè egli li ama appassionatamente ambedue e credo che li tenga per i dominatori dell'arte. Certo c'è qualcosa di michelangiolesco nel suo fosco Caino, nella cui anima maledetta par che attendano tutti i delitti del mondo, e c'è qualcosa di shakspeariano, dello Shakspeare soave e melanconico che ha scritto il Midsummen Night's Dream o la Tempest, nella sua Ofelia che abbandona il bel capo alle acque. E qualcosa della vigoria michelangiolesca
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è nella sua Testa di vecchio per quanto più facile sia il ricordo di Verrocchio, o nella Testa di Apostolo, che ricorda alcune belle statue di santi di Jacopo della Quercia.
Ma in lui l'energia è temperata dalla melanconia e la melanconia dalla vigoria, in modo che la prima non diventa durezza nè la seconda svenevolezza. In questa unione della dolcezza un po' triste colla forza quasi gioiosa sta l'incanto principale della sua arte. Anche quando egli fa una cosa

Il ciccajolo
terribile come la Figlia di Niobe, egli riesce a dare al volto della fanciulla piegata verso la terra un'espressione di delicata scoavità; e quando fa una cosa oltremodo soave come la Maternità, c'è sul volto della donna quasi un velo di tenue tristezza, quasi un'espressione d'infinito struggimento. E ancora: immaginate la testa di Alfieri fatta da Rodin e dovrete pensare a una specie di genio irsuto e farneticante. Guardate invece l'Alfieri di Trentacoste e vi vedrete, oltre che lo sdegnoso gentiluomo, anche il poeta che seppe trovare, nella sua rozzezza allobroga, qualche accento di nobile tenerezza. E guardate ancora l'Anfora infranta e pensate quale capolavoro di mièvrerie marmorea ne avrebbe cavato qualcuno dei nostri più celebri negozianti di scultura vendibile.
Ma veramente sembra qualche volta che Trentacoste costeggi l'arte troppo pulita e leccata dei mercanti in voga, e qualcuno troverà anche, in alcune sue opere, un lontano sapore accademico. Ma Trentacoste arriva fino alla delicatezza senza cadere nella sdolcinatura; sa concepire con bella e composta nobiltà senza cadere nel classico mannequin della sempreviva Accademia. Trentacoste ama certo le cose finite e accarezzate. Direi anzi che le ama troppo, e certo io preferisco il Caino a certe sue plaquettes ove i volti delle donne e degli illustri son così fini da sembrar diafani. Malgrado il suo amore per il possente e gigantesco Michelangelo, il quale traeva colla febbre indosso le sembianze terribili e dolorose dei profeti o degli scavi come dal petto delle montagne, Trentacoste si sente attratto da quei floridi artefici della Rinascenza, i quali foggiavano colla cera e colla creta meraviglie di elegante leggerezza, miracoli di fantasia decorativa, e sapevano fissare, nel rovescio della medaglia, il piccolo mondo perfetto di un simbolo o di un mito.
Perciò Trentacoste ha in vita sua moltissime medaglie e moltissime plaquettes, e di queste anzi se ne vedono parecchie a Parigi al Luxembourg, accanto a quelle de' più famosi scultori. E tanto nelle medaglie che nelle plaquettes — si veda ad esempio il rovescio della medaglia al Duca degli Abruzzi e la plaquette che rappresenta il profilo di Emma Gramatica — egli ha speso prodigalmente gran parte del suo ingegno di fine amatore delle forme gentili e graziose, di buon gustaio della modellatura perfetta, di ricercatore appassionato della forma definitiva. E quella moltitudine di piccole cose è una delle parti migliori della sua operosità, e andrebbe meglio conosciuta, oggi che si tende a riportare in ogni più umile e piccola cosa una maggiore dignità estetica.
Ma Trentacoste — ed è questa la sua grandezza migliore e maggiore — non è soltanto il delicato creatore di piccole meraviglie. Egli ha creato due delle più grandi e complete figure della scultura contemporanea, egli ha saputo risolvere il problema della trasformazione classica della vita moderna, egli ha dato una loro vita estetica e plastica ai nuovi eroi della vita dei nostri tempi.
Chi non conosce ormai, o per averli visti a Venezia o in riproduzione, il Ciccajolo e il Seminatore di Domenico Trentacoste? Tutti certo ricordano la mossa originale e ardita del ricercatore notturno, il quale mette in tasca la preda mentre l'altra mano, ferma e nervosa, tien sospesa la povera lanterna che gli illumina le vie solitarie. Quel volto nobile e quasi appollineo non è certo quello del ciccajolo volgare, quel corpo chiuso dalle povere vesti non è quello del miserabile errante che tutte le grandi città conoscono: egli è il tipo nobilitato e trasfigurato di tutto un popolo che china la testa nell'ombra e illumina la terra, attendendo il giorno in cui potrà alzare gli sguardi al cielo.
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